
Siamo quasi in estate e le spiagge tornano a rivivere, brulicando di corpi all’abbronzo, pance e culi inflacciditi dall’inazione invernale e dalle abbuffate, madri premurose che rompono le balle a figli sempre con qualcosa da mangiare in mano e in bocca, fanciulle e fanciulli a caccia, nonne con nipotini che non vedono l’ora che i figli se li riprendano perché devono andare a ballare latino-americano e poi tanta varia umanità che si risveglia dall’inverno.
Nel mondo tutta questa gente va in spiaggia portandosi dietro il cestino da pic nic, l’ombrellone, lo sdraio… i più organizzati perfino una piccola tendina per ripararsi dal vento quando soffia troppo impetuoso. Nelle zone più affollate, qua e là ci sono dei chioschetti che vendono bibite e cibi, a volte con qualche sdraio e ombrellone intorno, per quelli che – imprevidenti – non se li sono portati da casa. Questo nel mondo, anche in quello bianco e civilissimo, cattolico, al massimo protestante. In Francia e Spagna, ad esempio, i comuni fanno a gara per dotare le spiagge di servizi gratuiti o a basso costo per attrarre i turisti che trovano docce, cabine e luoghi puliti e ordinati, dove ci sono perfino i cestini per i rifiuti.
In Italia no: le spiagge ospitano costruzioni che si ampliano ogni anno, palestre, campi per attività sportive, pedane in cemento con sopra tavolini, sedie, strutture per l’ombra, cabine, ripostigli, piccola casetta per i bagnini e chissà cos’altro ancora. Per realizzare tutto questo – e far pagare salato l’affitto del servizio ai bagnanti che sovente non riescono neppure ad accedere ai lembi irrisori di spiagge “libere” dalla cura pubblica e “occupate” da rifiuti e sporcizia – i gestori pagano canoni irrisori e le concessioni sono gestite in modo davvero poco chiaro.
Capite il paradosso? Il lavoro è liberalizzato così i dipendenti sono bestie che competono nel mercato della libera concorrenza. I beni pubblici vanno all’asta anche quando dovrebbero essere trattati appunto da beni e non da risorse da sfruttare economicamente, secondo le logiche del mercato fra privati. Le spiagge no: secondo il nostro governo le concessioni si danno a chi c’è già (cioè a chi ha già a lungo usufruito di un privilegio insopportabile) e vuole dargliela per 90 anni, con diritto di costruire quello che serve per farle fruttare.
Il problema è che queste cose le fa b coi suoi compari, ma quella cultura noi la vediamo messa in pratica ogni giorno anche da suoi avversari politici. In nome del progresso, dell’economia e dello sviluppo i centrosinistri consumano il territorio nello stesso modo, distribuiscono concessioni dopo aver studiato come aggirare la libera concorrenza, mantengono spericolate relazioni collusive con mondi economici quantomeno torbidi. Per carità, il primo è il cuore del sistema, i nostri amici sono mossi dall’ignoranza e dalla voracità del potere a cui sono oramai arrivati i mediocri servi dei segretari dei partiti.
Se la legge sulla svendita ai privati delle spiagge italiane andrà avanti, bisognerà mettersi al lavoro per smontarla: ma che fanno e faranno i parlamentari del centrosinistra? Faranno finta di opporsi o proveranno con tutti i mezzi a impedire l’ennesima porcata?